ANDREA TRIMARCHI AND SIMONE FARRESIN

FORMAFANTASMA
FLOS

Andrea Trimarchi and Simone Farresin formafantasma flos

source:formafantasmacom
Andrea Trimarchi (1983) and Simone Farresin (1980) are Studio
Formafantasma, an Italian designers duo based in Amsterdam,
The Netherlands.

Their interest in product design developed on the IM master course at Design Academy Eindhoven, where they graduated in July 2009. Since then, Formafantasma has developed a coherent body of work characterised by experimental material investigations and explored issues such as the relationship between tradition and local culture, critical approaches to sustainability and the significance of objects as cultural conduits.

In perceiving their role as a bridge between craft, industry, object and user, they are interested in forging links between their research-based practice and a wider design industry. As a result, works by Studio Formafantasma have been commissioned by a variety of partners including Fendi, Max Mara – Sportmax, Hermès, Droog, Nodus rug, J&L Lobmeyr, Gallery Giustini / Stagetti Roma, Gallery Libby Sellers, Established and Sons, Lexus, Krizia International and Flos. Whether designing for a client or investigating alternative applications of materials, Studio Formafantasma apply the same rigorous attention to context, process and detail to every project they undertake. The added nuance for the duo is that they do so with an eye to the historical, political and social forces that have shaped their environments.

Their work has been presented and published internationally and museums such as New York’s MoMA, London’s Victoria and Albert, New York’s Metropolitan Museum, the Chicago Art Institute, Paris’s Centre Georges Pompidou, the TextielMuseum in Tilburg, the Stedelijk’s-Hertogenbosch, the Stedelijk Museum Amsterdam, MUDAC Lausanne, the Mint Museum of Craft and Design in North Carolina, the MAK Museum in Vienna, Fondation Cartier in Paris, Centraal Museum in Utrecht, Les Arts Décoratifs and CNAP in Paris have all acquired Formafantasma’s designs for their permanent collections. In March 2011 Paola Antonelli of the Museum of Modern Art in New York and esteemed design critic Alice Rawsthorn listed their studio amongst a handful of practices that would shape the future of design.

Andrea and Simone are lecturing and heading workshops in various Universities and Institutions. Currently they are teaching at the ‘Well Being’ and ‘Contextual Design’ Departments of the Design Academy Eindhoven. Since October 2016, they are at the head of the Design bachelor at MADE Program in Siracusa, Italy.

Photo Credit:
Studio Manager, Simona Pavan
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source:dezeencom
Italian designers Andrea Trimarchi and Simone Farresin make up Amsterdam-based studio Formafantasma.

Trimarchi and Farresin met while studying in Florence. They later studied a masters degree at Design Academy Eindhoven, setting up Formafantasma after graduating in 2009.

The studio explores issues such as the relationship between tradition and local culture, the significance of objects as cultural conduits, and adopts critical approaches to sustainability.

Their work has been acquired by numerous museums including the Victoria and Albert Museum in London, the Metropolitan Museum in New York, and the Stedelijk Museum in Amsterdam. They were listed as one of the 500 most newsworthy forces in world design in the 2017 Dezeen Hot List.

formafantasma.com
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source:icondesignit
Come per una rock band degli anni 80, il nome Studio Formafantasma ha un significato programmatico. Sintetizza efficacemente l’idea che la forma esiste, ma non è l’obiettivo principale del fare design. La forma è la risultante di un processo di raffinazione, non il fine ultimo che lo muove. Ricorda un po’ quel bellissimo racconto di Henry James, La Figura nel tappeto, nel quale si evidenzia lentamente che il premio di una caccia al tesoro è lo stesso indagare. 
Formafantasma sono Simone Farresin e Andrea Trimarchi. Si conoscono nel 2003 e scelgono insieme una via che li rende un po’ alchimisti del terzo millennio, laddove per alchimia – materia che da sempre fa incontrare scienza e magia – oggi si intende il collegamento tra tecnologia e artigianato, tra passato e presente. Più di altri loro coetanei trentenni, i Formafantasma hanno saputo incarnare una dimensione del design contemporaneo sempre più diffusa: quella per la quale il processo, lo studio, la ricerca vincono sul prodotto formalmente finito. Se fino a dieci anni fa, il design lasciava sempre sottintendere la sua natura industrial, oggi esiste una costellazione di altri modi di fare design che vanno nella direzione dell’autoproduzione e della ricerca speculativa più pura, tanto da essere a volte assimilati al mondo dell’arte.

Lasciando la ricerca libera di svolgersi senza obiettivi precostituiti, il processo prevale
 sulla finalizzazione. E si apre un ventaglio 
più ampio di possibilità sia sul fronte della formazione sia su quello del lavoro.

Rispetto ai Maestri del Design degli anni Sessanta questa generazione di nipoti ha un ventaglio più ampio di scelte, sia nella formazione sia nel modo di sviluppare il lavoro professionale. Hanno frequentato scuole specializzate. Si muovono con disinvoltura tra libri, reti, tecnologie avanzate. Tra la riscoperta di antiche tecniche o di materiali desueti. 
Sono testimoni di un cambio di rotta, anche sulla mappa. In un passato neanche così remoto, l’incontro di un veneto (Farresin) e un siciliano (Trimarchi) a Firenze (sede dei loro studi universitari) per poi decidere di trasferirsi in Olanda, sarebbe sembrato improbabile. Qui hanno frequentato la Design Academy di Eindhoven – dove sono diventati docenti – nella piccola provincia olandese sede storica della Philips, oggi più celebre come nuova capitale del design di avanguardia. 
Con l’Italia mantengono un legame viscerale. Autarchy, il primo lavoro che li ha portati alla ribalta internazionale, partiva dal folklore siciliano e dall’uso del pane come materia prima.

Per la fondazione Plart di Napoli Formafantasma ha lavorato alla collezione Botanica, una raccolta di oggetti realizzati con bioplastiche, materiale fino ad ora ancora poco studiato. Anche il loro ultimo lavoro, De Natura Fossilium, è profondamente radicato in Italia. Si tratta di un’elaborata ricerca sulla lava vulcanica e sulle sue molteplici lavorazioni. Il magma diviene materiale da costruzione e l’Etna si trasforma così in una fucina produttiva naturale, senza la necessità di utilizzare il lavoro dei minatori. E ora è arrivato il momento di guardare verso una Roma archeologica, protagonista di una collezione destinata alla Galleria O., il nuovo progetto a cui i ragazzi di Formafantasma stanno lavorando. Tra questi molti altri lavori portano il segno dello studio della natura, non tanto per copiarne gli stilemi formali, ma per comprenderne complessità, mutazioni e potenzialità inespresse. Ecco perché, per capire meglio in cosa consiste il modo in cui i due ragazzi fanno design, li abbiamo incontrati nel nuovo studio di Amsterdam.

Come definireste il vostro lavoro?
SF Il nostro è un lavoro intuitivo e analitico. Sembrano due elementi che non possano andar d’accordo, ma per noi esistono entrambi e vivono insieme. All’inizio di un nuovo progetto c’è un forte momento di dialogo tra noi due, una parte verbale e analitica, né disegnata né scritta. È una fase in cui ci muoviamo per associazioni d’immagini su cui ci confrontiamo. È come addentrarsi in un percorso di scoperta dove si ha la sensazione di voler comprendere qualcosa la cui immagine non è ancora ben definita.

Avete un repertorio di schede di immagini sul quale lavorate?
AT Sì, ma dipende dal tipo di lavoro che stiamo svolgendo. Un esempio? Per il progetto su Roma la prima cosa che abbiamo fatto è stato un viaggio di studio all’interno dei principali musei archeologici, poi abbiamo camminato per la città e cercato materiale attraverso libri e il web. Abbiamo creato una nostra “libreria”, un database di immagini che raccolgono le nostre suggestioni. Questo è il primo passo, che avviene ancor prima di aver chiaro quale sarà la tipologia del progetto.
SF È come costruire una trappola. Parti con l’idea di voler creare un racconto. Il processo progettuale consiste poi nel riunire gli elementi che ti permettono di intrappolare quell’idea.

Dopo questa analisi, quindi, si entra nella parte progettuale più concreta. Come avviene il passaggio dall’immaginario alle cose fisiche?
AT Prima di dare forma ai pezzi, ancora in una fase analitica, scriviamo della collezione. Ma spesso la narratività all’interno degli oggetti si rivela soltanto alla fine, quando siamo pronti per fotografarli e veicolarli all’esterno.

È una scrittura e ri-scrittura, come brani musicali campionati?
AT È come nel cinema. Puoi avere una sceneggiatura, ma in fase di montaggio molti elementi vengono modificati, a volte cambiando completamente il significato iniziale. La stessa scena può diventare più o meno astratta, più o meno descrittiva.

Il materiale quindi entra in gioco in una fase molto precoce.
AT Il materiale ha una narratività importante. È una delle prime cose che andiamo a scegliere, prima della parte formale.
SF In molti lavori capita che sia la materia prima stessa a generare la collezione.

Che cosa vi ha colpito della Roma archeologica? La scelta è tra arte e monumentalità imperiale. Tra sacro e quotidiano…
AT Una cosa interessante è stata tornare in quei musei romani che abbiamo visitato quando eravamo piccoli e riscoprire gli oggetti ai quali non avevamo dato molta importanza. Siamo stati colpiti da quelli di cui non capivamo quale fosse la funzione esatta, che ci sembravano astratti dalla loro praticità. Forme non-iconiche, ma al tempo stesso archetipiche, non codificabili secondo i canoni degli oggetti contemporanei. L’idea di una funzionalità che non è immediatamente e intuitivamente comprensibile.
SF È stato come provare a comprendere nel contemporaneo questi frammenti arrivati dal passato.

Che differenza c’è tra il vostro modo di riferirvi al passato e quello dei designer che vi hanno preceduto?
SF Alessandro Mendini è tornato più di una volta a vedere il nostro lavoro sulla lava. È stato interessante osservarlo mentre guardava il nostro progetto. Ha cercato di capirne le referenze intrinseche, ha fatto riferimenti a Scarpa e costruito collegamenti storici. Ma quello che forse è difficile da capire per un autore della sua generazione, abituato a lavorare col pastiche postmoderno, è il nostro rapporto disinvolto col passato. Cerchiamo di acquisirne le estetiche più utili per raccontare il nostro modo di vedere le cose. È una rielaborazione istintiva di quello che è già esistente, priva di una strategia programmata.

Cosa pensate della produzione industriale contemporanea?
SF La nostra riflessione avviene attorno a due problemi etici fondamentali. Il primo è: come viene creato un prodotto, con quali energie, quanto è responsabile la lavorazione? L’altro ruota attorno al fatto che oggi le aziende danno un’importanza mediatica eccessiva al designer. Ci auguriamo, quindi, che a cambiare sia il senso dell’etica della produzione, che possa anche porre fine alla mitizzazione dell’autore.

Molti pensano che i vostri risultati siano frutto di una strategia pianificata a tavolino per la quale avete scelto di non lavorare per l’industria ma solo per il mercato dei collezionisti, le gallerie e le istituzioni…
SF Abbiamo deciso all’unisono di fare quello in cui crediamo. Quando siamo andati via dall’Italia non eravamo neanche così convinti di voler fare i designer. Non certo nella maniera tradizionale. Poi siamo approdati alla Design Academy. Qui abbiamo capito che c’era un modo diverso di fare design. Sono nati così i nostri oggetti, anche di una certa complessità.

Per questo non avete un interlocutore nel mondo dell’industria?
AT Non ancora, direi. Siamo giovani, abbiamo aperto il nostro studio meno di cinque anni fa.
SF Il punto è capire cosa possiamo dare noi all’industria che, per ora, ci ha cercato spinta dall’immagine che i media hanno dato di noi, senza conoscere il nostro lavoro. L’industria chiede ai giovani un progetto che possa assecondare le loro necessità. A noi non interessa: vogliamo fare ricerca, avere un ruolo attivo.

Quanto è importante per voi il tempo?
AT A volte una collezione è la continuazione della precedente, c’è un filo sottile di ricerca che le lega. Per il progetto sulla lava avevamo proposto diversi tipi di lavorazione: dalla lava soffiata al basalto usato insieme al marmo.
SF Ragioniamo sulle molteplici possibilità di un materiale e sul suo contesto. A noi interessa la complessità della ricerca.