Didier Faustino

ДИДЬЕ ФАУСТИНО
דידייה פאוסטינו
ディディエ·ファウスティーノ
迪迪埃·福斯蒂诺

ASSWALL

Didier Faustino  ASSWALL

source: omuswebit
Didier Faustino si oppone sempre più spesso, attraverso la sua pratica architettonica, alla noia contemplativa e alle tendenze afasiche del contemporaneo.
Lo spazio della galleria non è da intendere nemmeno come pretesto per trasformazioni radicali di un luogo. Neppure l’aspetto performativo a lui caro nei primi lavori, così caratterizzati dall’idea del corpo in transito, lo è; sembrano, i precedenti lavori, piuttosto essere gli utensili chiave per ritagliare figure di senso.
In questa sua seconda personale da Michel Rein a Parigi dall’astratta attività di display che fin dal titolo, riecheggia l’adagio della società dello spettacolo, the show must go on, persino il pubblico è totalmente sottratto e viene integrato/invitato attraverso un gioco di parole atopico davvero insidioso, visto che oltre alla sua algida visione classificatoria non c’è nulla da portare a casa. Un esercizio da entomologo con 13 particolari scafandri, armature, più propriamente cellule, che punteggiano il transito tra lo spazio fisico e quello mentale. Quasi si trattasse di pelli perdute in un repentino mutamento culturale questo prêt à porter tagliato nella moquette o in altri materiali come il feltro o il polistirene è un catalogo di tic abitativi per una umanità urbana a cui è rimasta a cuore solo l’idea di comfort. È difficile non pensare a una specie che non sa più abitare il suo corpo costantemente impegnata in conflitti interiori o esteriori.
Per queste armature si scomodano riferimenti alti come il feltro di beuysiana memoria o le cellule di Absalon ma è evidente che non è all’idea di protezione o a quella di spazio di resistenza che queste uniformi rimandano. In particolare quella al suolo fa pensare all’idea del tappeto in cui si arrotolano i cadaveri o sotto cui si nasconde la cenere ma questo avviene solo se si praticano un immaginario gore e una ironia distaccata a cui Faustino sembra inconsciamente fare riferimento. Il pannello d’ingresso in cui è tagliata la frase the show must go home funziona come un dispositivo surreale di stampo magrittiano visto che i caratteri sono intagliati nel legno e lasciano trasparire il giallo amianto delle coperte termiche di sopravvivenza. Questo è il vero abisso che apre ai nostri occhi la vertigine trasgressiva, il rapporto tra un dentro e un fuori che, trattandosi di uno spazio espositivo, rimanda a un sistema dell’arte in cui le opere – e ogni residuo oggettuale – o è trash o un trofeo.
È su questa frontiera fittizia che Didier Faustino piazza il suo piccolo esercito, il suo plotone di sarcofaghi-parka a cui il pubblico fa da contorno. Tenta il rovesciamento di una forma ibrida di percezione come quella inscritta in un vecchio lavoro di Chris Burden. L.A.P.D. police uniforms, un’opera degli anni Settanta dell’artista americano nella quale le divise dei poliziotti ricreavano una relazione di potere e dominazione attraverso il potere evocativo della loro giustapposizione nello spazio. Nel caso di questa mostra, percorriamo il set di un B-movie minimalista. Dai pavimenti, dietro le porte e sui muri è la geometria a ordinare la fuoriuscita di presenze spettrali. Oppure siamo in una delle tante boutiques del contemporaneo, in cui l’opzione tempo è sospesa. È una bizzarra relazione con l’immaterialità che sembra piuttosto irrisolta. Queste protezioni appese alle pareti sono ricavate dai materiali che rivestono tipicamente i pavimenti delle nostre abitazioni e sono ricontestualizzate dalle forme più conosciute del design di Faustino. Probabilmente non è con lo sguardo al suolo che troveremo la vera filiazione alta di questo lavoro. È forse un invito a rivisitare Vito Acconci, una delle primi fonti di ispirazione dell’artista franco-portoghese. Nel suo Seedbed del 1972 alla galleria Sonnabend, la nudità della proposizione era in fondo simmetrica a queste variazioni sensuali, qui in mostra e intrise della stessa monotonia masturbatoria. Tracce reversibili del nostro rapporto, allergico e stereotipato, con la coscienza del vivere contemporaneo.
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source: cnp-laorg
Born in 1968, Didier Faustino lives and works between Paris and Lisbon. Faustino’s work reciprocally summons up art from architecture and architecture from art, indistinctly using genres in a way that summarizes an ethical and political attitude about the conditions for constructing a place in the socio-cultural fabric of the city. Spaces, buildings and objects show themselves to be platforms for the intersection of the individual body and the collective body in their use.
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source: nuances-oslugaresdaarquitectura
Didier Fiúza Faustino nasce em França no mítico ano de 1968. Termina o curso em 1995 na Escola de Arquitectura de Paris-Villemin. Em 1996 surge como um dos fundadores do Laboratório de Arquitectura, Performance e Sabotagem (LAPS) e, no ano seguinte, do multidisciplinar atelier Fauteil Vert de Paris. De 1998 a 2001 integra a direcção da NúmeroMagazine em conjunto com Dinis Guarda. Em 2001, ganha o Prémio de Arte Pública Tabaqueira, pelo seu trabalho “Stair Way to Heaven – Espaço Público para Uso Individual” a implantar no futuro Jardim dos Aromas da Praça Central de Castelo Branco, zona actualmente em reconstrução no âmbito do Programa Polis. No mesmo ano, forma com Pascal Mazoyer o atelier Bureau des Mésarchitectures; desde então, divide a sua actividade profissional entre Lisboa e Paris. “O Bureau des Mésarchitectures define-se como um grupo de reflexão, uma organização multicéfala que reivindica o diálogo como ponto de partida
para toda a arquitectura. O Bureau interessa-se, prioritariamente, por situações complexas, tumultuosas, logo que os modelos existentes se revelem inoperantes. Entendemos colocar dispositivos de relações através de arquitecturas mais dirigidas à acção do que à contemplação.”